Il suo nome è legato soprattutto ad una canzone: “Police And Thieves”. E non a caso quest’intervista con Junior Murvin, presente sul numero 14 di Superfly, comincia ricordano proprio quei giorni e quella canzone.
“Io e Joe eravamo là: tiravamo mattoni, abbiamo cercato di incendiare un’auto e di colpire le moto della polizia… un sacco di corse avanti e indietro, in quei giorni…”. Così, Paul Simonon, il possente bassista dei gloriosi Clash, ha ricordato i giorni del Carnevale di Notting Hill Gate, a Londra, dell’estate del 1976.
Lui c’era, ha visto e fatto di tutto in quei giorni. Era lì, al fianco di Joe, si quel Joe, Joe Strummer, il meraviglioso e indimenticabile Joe Strummer, il formidabile cantante dei Clash, che, proprio come lui, in quei giorni a Notting Hill Gate voleva spaccare il mondo. Ora, almeno per un momento, dimenticate la Notting Hill Gate di questi ultimi anni, quella del film con Hugh Grant che fa il libraio, quella con le case completamente ristrutturate e che costano un occhio della testa. Dimenticate quanto sia chic e signorile questa Notting Hill Gate, perché con la nostra storia, o almeno con una parte di essa, non c’entra nulla. Dimenticate anche le edizioni più recenti del Carnevale di Notting Hill Gate, diventato ormai “il più importante e il più grande festival di strada europeo” e quindi anche quello più ricco e naturalmente il più chic. Dimenticate tutta questa roba. Almeno per un momento. In quell’estate del 1976 Notting Hill Gate e il suo Carnevale erano tutta un’altra cosa. Perfino quell’estate fu tutta un’altra cosa. In quel periodo ancora non si parlava di clima impazzito e di effetto serra, però quella non fu la solita estate inglese, una di quelle classiche, segnate da un paio di giorni, al massimo una settimana, di sole, diciamo, abbastanza caldo prima di ricominciare con tutto quel grigio e quella pioggerellina. Niente di tutto questo. Quella del 1976 fu una vera estate, lunghissima e torrida. All’inizio, gli inglesi la presero sportivamente, anzi si divertirono un mucchio. Poi cominciarono a preoccuparsi. Quel caldo cominciava a diventare un vero problema. Un altro. Già perché le cose in quel periodo non andavano proprio bene in Gran Bretagna. L’economia era ferma; la disoccupazione aumentava; chi era ricco diventava sempre più ricco e chi era povero diventava sempre più povero; la questione irlandese non era certo risolta e a Londra, e in altre città importanti, come ad esempio Birmingham c’erano tanti giovani che erano inglesi e uguali agli altri solo sulla carta. Giovani che erano stanchi di aspettare un’altra occasione, un’altra possibilità. Erano i figli dei migranti che avevano lasciato la Giamaica in cerca di qualcosa di meglio. Era la prima generazione dei Black British. Gente giovane, tosta e ribelle. Per loro il reggae era qualcosa di più di una semplice musica, di un ritmo. Era la loro musica. Era la loro cosa.
E sempre in quell’estate del 1976, lunghissima e caldissima, c’erano altri giovani che cercavano la loro musica, la loro cosa. Erano bianchi, ma si sentivano neri. Ed erano anch’essi ribelli. Non ne potevano più, giustamente, di tutte quelle storie pallose raccontate da dinosauri come gli Yes. Consideravano tutti quegli assoli alla batteria o a qualche specie di tastiera del tutto inutili. E non ne potevano più nemmeno di quei fottutissimi hotel in California cantati da quei capelloni degli Eagles. Non era roba per loro. Volevano qualcosa di nuovo. Volevano la loro cosa.
Ora, forse è solo un caso, ma quella del 1976, non fu, la prima estate durante la quale un cambiamento radicale del clima, e quindi del tempo, accompagnò un cambiamento altrettanto profondo del tempo, del ritmo della musica. Ad esempio, dieci anni prima, in Giamaica c’era stata un’altra estate torrida e incandescente. Faceva talmente caldo che i rude boys di Kingston e dintorni non riuscivano più a ballare lo ska, perché faceva troppo caldo e quel ritmo era troppo veloce. Così, negli studi di Kingston cominciarono a suonare qualcosa di più lento, con un bel basso rotondo e prepotente in primo piano. Era nato il rocksteady, la sweet soul music giamaicana.
Dieci anni dopo, in Inghilterra, quell’estate segnò l’arrivo del punk e del pulsare profondo e ipnotico del basso del reggae. E durante gli ultimi tre giorni d’agosto a Londra, a Notting Hill Gate, proprio nel corso del Carnevale scoppiò il casino. Fino a quell’anno il Carnevale era stata solo l’occasione più importante, anzi l’unica, che i migranti dei Caraibi e i loro figli avevano per divertirsi, per festeggiare, per celebrare anche le proprie radici e le propria tradizione. C’erano i carri che sfilavano per le strade del quartiere, i sound system che suonavano potenti, le ragazze che ballavano e le famiglie che sorridevano. Tre giorni per dimenticare anche il grigio, la pioggia, il freddo e il razzismo del resto dell’anno. Tre giorni durante i quali Notting Hill Gate confermava di essere il quartiere dei ribelli, degli artisti, popolare e orgoglioso. Il Carnevale era cominciato da poco, quando un poliziotto fermò un giovane nero, accusandolo di aver rubato il portafoglio di un turista. Quel poliziotto, anzi quella guardia non fu certo gentile con il presunto ladro. Ma non era certo la prima volta che una guardia si comportava così con un giovane nero. Però quella volta, quel giovane nero non era certo solo. Quell’episodio segnò l’inizio di una serie interminabile di scontri tra giovani neri, ma anche bianchi, con la polizia, con le guardie. Macchine bruciate, manganellate e cariche della polizia, delle guardie, contro - cariche dei ribelli. Un vero casino. E fu solo l’inizio. Ad accompagnare quella rivolta fu soprattutto una canzone che era stata incisa qualche mese prima in uno studio giamaicano. Una destinata a lasciare il segno, a diventare un classico. L’aveva prodotta, trovando un ritmo reggae tanto caldo quanto coinvolgente, un certo Lee Perry, uno nato sicuramente in qualche pianeta lontano e poi arrivato per caso, per puro caso in Giamaica. Ad interpretarla con un falsetto clamoroso era un certo Junior Murvin, un cantate che aveva esordito con il nome di Junior Soul, per poi accorgersi che a New York c’era già un cantante reggae con quel nome e quindi aveva optato per un nome che era, come dire, una versione remix del suo vero nome. Fu sicuramente per misteriose e irripetibili congiunzioni astrali che un giorno, chiusi nel Black Ark Studio, che Lee Perry e Junior Murvin decisero di registrare quella canzone, un racconto diretto e ispirato della vita in Giamaica, soprattutto di quello che accadeva sulle strade tra le guardie e i ladri. Già, perché quella canzone era intitolata proprio così: “Police And Thieves”. Si, la traduzione letterale sarebbe “polizia e ladri”, ma “guardie” suona decisamente meglio. Suona, come dire, più reggae.
“Police And Thieves” diventò la canzone del Carnevale di Notting Hill Gate. Poi diventerà anche la canzone reggae dell’anno. Poi diventerà anche il titolo di un bellissimo album che Junior Murvin inciderà sempre al fianco di Lee Perry e che la Island pubblicherà nel 1977. E sempre in quell’anno, durante il quale di casini ne scoppieranno davvero tanti, i Clash la inserirono nel loro primo album. La loro sarà una versione stroncata sia dai puristi del reggae e sia da quelli del rock (e anche da quelli del punk rock). E questo è sicuramente un buon motivo per apprezzarla - i puristi, di qualsiasi genere, sono brutti e pallosi. (Oltre ai Clash, quel brano di Junior Murvin sarà ripreso, tra gli altri, anche da Boy George, sempre ammesso che freghi qualcosa a qualcuno…). Sono passati più di trent’anni da quei giorni, ma quella canzone è rimasta attaccata a Junior Murvin. E’ ancora la sua canzone.
“Mi ricordo – dichiara il cantante – che quando avevamo finito di registrala, Lee “Scratch” Perry mi disse “Junior, grazie a questa canzone diventerai eterno, con questa canzone non morirai mai ”. Io in quel momento questa frase non la capii, ero giovane e ad essere sincero non capivo spesso quello che Lee mi diceva, era un tipo strano, molto strano, anche se mi ha insegnato tante cose. Un grande produttore, forse il più grande tra tutti quelli con i quali lavorato. Quando era dietro al mixer ballava e si muoveva in una maniera incredibile. Sembrava suonare, si, Lee Perry suonava il mixer! E comunque, con l’andar del tempo, anno dopo anno, sono riuscito a capire quella frase. E’ passato tanto tempo, ma la gente ancora si ricorda di “Police And Thieves”. Recentemente ho inciso un disco, Inna De Yard, nel quale ho ripreso alcuni brani legati a fasi diverse della mia carriera e quando pensavo a quali brani inserire nel disco, ovviamente ho pensato prima a quello e poi a tutti gli altri. “Police And Thieves” non poteva mancare”.
A proposito, nel repertorio di quel disco ci sono anche le sue versioni di brani di Curtis Mayfield e di Bill Withers. Il soul è stato il primo stile che l’ha colpito?
“Beh, quando ho cominciato a cantare non mi chiamavo Junior Soul per caso… si, quella è stata la mia prima influenza, la più forte e la più profonda. Volevo cantare con quella tecnica e soprattutto con quell’ispirazione, che secondo me è profondamente spirituale, proprio come quella che ha caratterizzato i giorni più belli del reggae. E’ qualcosa che le nuove generazioni della musica giamaicana hanno smarrito, non rispettano come dovrebbero quel patrimonio. Comunque, i primi cantanti che mi hanno colpito, che mi hanno spinto a scegliere questo mestiere sono stati Billy Eckstine, Nat King Cole e poi Sam Cooke, Brook Benton e Curtis Mayfield. Gente che aveva talento, classe e stile. Mio padre era un sarto, ma nel tempo libero suonava la chitarra e cantava, vivevamo a Montego Bay, ma quando morì, mia madre decise di tornare a Portland, vicino a Port Antonio, dove era nata. Quando ero più grande frequentavo un istituto tecnico a Montego Bay e fu proprio in quel periodo che cominciai a cantare sul serio, partecipando a diversi concorsi per giovani talenti che si tenevano negli alberghi di Montego Bay. Stava diventando una cosa seria, anche se in realtà io cantavo da sempre, cioè avevo sette, otto anni e già sentivo che la musica era la mia strada”.
Ripercorrendo ancora la sua storia, fu quando si trasferì a Kingston che diventò un cantante vero, la sua carriera è cominciata in quei giorni…
“Si, anche perché se volevi diventare un cantante vero, Kingston era l’unica città che poteva offrirti delle possibilità. Gli studi di registrazione, i grandi produttori, i sound system più importanti li trovavi solo a Kingston. Era la città della musica. Vivevo con una zia a Trench Town e in quel periodo, intorno alla metà degli anni Sessanta, ho conosciuto tutti gli artisti più importanti, da Delroy Wilson a Ken Boothe, da Stranger Cole ai Wailers. Mi ricordo che un giorno andai a fare un provino alla Studio One di Clement Coxsone Dodd. Cominciai cantare davanti a Dodd e al suo aiutante, che era, guarda caso, proprio Lee “Scratch” Perry. Strano, vero?”.
Più che una cosa strana, un segno… comunque come andò l’audizione?
“Non male, Dodd mi disse che avevo una bella voce, ma che dovevo lavorare ancora sul testo della canzone che avevo interpretato, perché secondo lui mancava qualcosa, non era ancora perfetto. Ero molto giovane e così non accettai il consiglio di Dodd, e non tornai più alla Studio One. Si, perché Dodd mi aveva detto di lavorare al testo e di tornare la settimana dopo, ma quando sei giovane non hai voglia di aspettare, vuoi tutto, subito e così non tornai più da lui. Però nel 1966 riuscì ad incidere la mia prima canzone, “Miss Kushie” per la Gay Feet, l’etichetta di Sonia Pottinger e poi cominciai ad incidere per Derrick Harriot, un altro grande maestro, quello che mi ha insegnato i segreti dell’armonia e della melodia”.
In quel periodo era Junior Soul?
“Si, quando cantavo tutti quelli che mi ascoltavano mi dicevano che cantavo con l’anima, che avevo uno stile “soul”. Anche Alton Ellis, che per me era un grande cantante, forse il più grande, mi diceva che avevo la voce soul, che avevo talento e che dovevo insistere. Insomma, a forza di sentire quella parola, decisi di scegliere quel nome. In fondo, tutti mi chiamavano Junior Soul. Qualche anno dopo, ho scoperto che c’era un altro cantante con lo stesso nome a New York, un altro cantate reggae, per di più, cosi per evitare confusioni ho scelto il nome di Junior Murvin, in fondo il mio vero nome è Murvin Junior Smith e così non ho dovuto faticare molto per trovare un altro nome. In quel periodo suonavo molto negli alberghi e nei club, sia a Kingston e sia a Montego Bay e fu proprio in occasione di una serie di concerti che ho conosciuto prima Max Romeo e poi la sezione ritmica composta dai fratelli Aston “Family Man” e Carlton Barrett e la cosa strana e che…”
Scusi se la interrompo, ma credo di sapere quello che sta per dire: la cosa strana è che avete tutti lavorato con Lee “Scratch” Perry…
“Esatto, però non era difficile… quando hanno lavorato con Perry, i fratelli Barrett si facevano chiamare Hippy Boys ed erano già bravissimi. Poi è arrivato Lee Perry e in seguito, naturalmente, Bob Marley. Invece, Max Romeo ed io abbiamo lavorato con Perry nel periodo del Black Ark. Gran bel periodo. Mai visto uno così creativo e così pazzo, insomma mai visto un altro come Lee Perry. Abbiamo fatto delle cose bellissime, era bello lavorare, incidere con lui. A volte era lui che mi suggeriva delle parole, delle immagini per i testi delle canzoni, in altre occasioni ero io che dicevo a lui quali suoni usare, c’era un clima, come dire, un po’ folle nello studio di Lee Perry, però che musica! Che suoni! Che reggae!”.
Ma lei in quel periodo era cosciente del successo di Police And Thieves in Inghilterra? Ha capito quanto quella canzone sia stata importante non solo per il reggae?
“Non proprio, quello era un altro mondo. Voglio dire sapevo che era un grande successo, ma non seguivo quel genere di cose. Sapevo della versione dei Clash, ma non avevo la percezione di aver inciso una canzone così importante. Solo Lee Perry l’aveva capito subito”.
Perché non è più riuscito a replicare quel successo?
“Su questo non sono d’accordo. Le spiego perché: innanzitutto cose come quelle è già tanto se accadono una volta nella vita di un cantante. E poi, in realtà non ho più ottenuto quel successo così grande, così, come dire, internazionale, ma le assicuro che qui, in Giamaica, ho fatto tante altre cose che hanno ottenuto il consenso del pubblico, della gente. Ho lavorato con tanti altri grandi produttori. Mikey Dread, Henry “Junjo” Laws, Joe Gibbs, King Jammy, Bobby Dixon. E’ il pubblico europeo che mi ricorda ancora solo per “Police And Thieves”, ma la mia carriera è andata avanti, non mi sono mai fermato. Ho inciso dischi dancehall e anche di digital reggae, reggae moderno. Ho fatto “specials” e “dubs per centinaia e centinaia di sound system. Per un periodo ho anche aperto una mia etichetta discografica, la Murvin Records, con la quale ho pubblicato diversi singoli. Il problema è un altro: è il reggae che non è più così forte a livello internazionale. Ma,Junior Murvin non si è mai fermato. E sa perché?”
No, prego…
“Perché la mia voce è ancora forte. Rispetto il talento che ho ricevuto da Dio. Conduco una vita sana, non bevo, non fumo, mi esercito come un tempo e conosco la tecnica, non ho dimenticato le mie radici, tutte quelle cose che ho imparato quando ero giovane, molto giovane. Non sono mai stato competitivo, non del tutto, almeno, ma credo di aver fatto delle cose importanti per questa musica e per la mia gente. E credo di poterne fare ancora molte altre. In questo senso Inna De Yard è un album importante, perché può aprire una nuovo capitolo della mia vita artistica. Mi è subito piaciuta l’idea di interpretare delle canzoni così importanti in maniera così semplice. Io non c’entro nulla con le macchine, con quei suoni così duri e freddi che dominano la musica dei giovani d’oggi. La cosa più importante è che cerco ancora di cantare con l’anima, con quella forza spirituale. E credo di riuscirci, credetemi…”.